Progetto Kona Blue: tutto sul programma segreto del Dipartimento della Sicurezza USA sugli UAP
Il Progetto Kona Blue (o programma Kona Blue) è diventato un caso di studio centrale per chi segue il tema UAP/UFO per un motivo preciso: non è “l’ennesimo avvistamento”, ma un tentativo formale di incardinare, dentro il governo USA, un’iniziativa ad accesso ristretto per gestire e studiare fenomeni aerei anomali come potenziale minaccia tecnologica avanzata. Il valore del caso non sta in “prove definitive” (che nel materiale rilasciato non ci sono), ma in ciò che racconta su processi decisionali, cultura istituzionale, linguaggio della sicurezza nazionale e frizioni tra trasparenza e compartimentazione. Questo articolo ricostruisce cosa fosse Kona Blue UAP secondo i documenti ufficiali, cosa rivelano davvero le carte e cosa invece viene spesso attribuito loro impropriamente. Possiamo parlare con cognizione di causa grazie alla raccolta di documentazione ufficiale desecretata raccolta e organizzata in un fascicolo da parte dell’AARO. Il progetto Kona Blue, infatti, è stato reso pubblico nel 2024 attraverso il rilascio di un rapporto dettagliato, nell’ambito di un’iniziativa volta a garantire maggiore trasparenza sugli UAP osservati da agenzie governative come, appunto, il Department of Homeland Security. La documentazione integrale è consultabile a questo link.

Indice
Cos’è il Progetto Kona Blue?
Progetto Kona Blue è il nome in codice di un prospective Special Access Program (PSAP) collegato al DHS, il Dipartimento della Sicurezza interna USA. “Prospective” è la parola chiave: indica un programma proposto e strutturato per un iter di approvazione, non necessariamente attivato come SAP operativo.
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Serve contesto, perché Kona Blue non nasce nel vuoto. Nel report “History and Origin of KONA BLUE” pubblicato su AARO, la genesi viene descritta così: dopo la chiusura/cancellazione di AAWSAP/AATIP (programmi segreti della Difesa per lo studio degli UAP, in cui era coinvolto direttamente anche Louis Elizondo), alcuni sostenitori tentarono di “traslare” linee di lavoro simili sotto un nuovo ombrello, questa volta al DHS, Dipartimento Interno della Sicurezza, con il nome KONA BLUE. Il report afferma anche che la DIA – la Defense Intelligence Agency, ovvero l’agenzia di intelligence militare del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, DoD – terminò quel filone citando mancanza di merito e utilità dei prodotti rispetto alla missione dell’agenzia. In sostanza, Kona Blue non è “un programma UFO nato dal nulla”, ma l’evoluzione (o il tentativo di evoluzione) di un certo approccio già visto in precedenti iniziative governative UAP.
Collaborazione tra DHS e AARO: perché i documenti vengono rilasciati
L’AARO ha condotto un lavoro di ricostruzione storica dei programmi UAP. Nel farlo, ha richiesto al DHS documentazione su Kona Blue; il DHS ha prodotto un pacchetto declassificato, poi reso pubblico.
Scopo ufficiale e cornice “minaccia tecnologica avanzata”
Nelle slide della documentazion DHS/AARO, Kona Blue viene presentato sotto l’etichetta “Advanced Technology Threat”, ovvero “Minaccia Tecnologia Avanzata”: l’idea è trattare UAP e tecnologie “anomale” come un problema di sicurezza nazionale, non di folklore. La differenza è sostanziale: il framing “threat” spinge verso raccolta dati, sensoristica, intelligence, e in alcuni casi verso richieste di compartimentazione più stringenti (SAP/PSAP).
Chi sono i protagonisti del Progetto?
L’AARO non “gestisce” Kona Blue: lo ricostruisce. Il suo report storico chiarisce che il programma, infine, non venne approvato e che i sostenitori non fornirono evidenza empirica a supporto delle affermazioni più forti. All’interno della documentazione, di fatti, troviamo allegata anche una lettera formale firmata dall’Acting Deputy Secretary al DoD che afferma esplicitamente che il Kona Blue era una proposta del DHS. Nel materiale e nelle discussioni attorno a Kona Blue compaiono riferimenti a contesti di sorveglianza e operazioni aeree (es. ICE Air Operations) come potenziali stakeholder/fonte dati. Il senso, coerente con il framing “threat” (minaccia), è: se il fenomeno impatta lo spazio aereo, interessa a chi lo pattuglia e lo osserva.
Nei documenti pubblici rilasciati, però, molti soggetti sono descritti in forma generica (es. “Company X/Y/Z”), e questo impedisce attribuzioni puntuali.
Cosa rivelano i documenti ufficiali
Di seguito approfondiamo meglio il contenuto della documentazione.
Cosa contiene il pacchetto di documentazione
- slide di program briefing;
- descrizioni testuali di struttura e obiettivi;
- diagrammi organizzativi;
- stime di budget e personale;
- tracce di precedenti marcature di classificazione lasciate visibili con strike-through (ovvero semplicemente barrate e non oscurate).
Cosa, invece, NON contiene
- un dossier con casi UAP dettagliati;
- una raccolta di video/foto allegati;
- un’analisi tecnica con dataset, tracciati radar e appendici;
- un report scientifico peer-reviewed.
Il documento definisce Kona Blue come prospective special access program (PSAP) e stabilisce una data di chiusura: 10 febbraio 2012. Questa frase è una delle più rilevanti dell’intera documentazione, perché delimita il perimetro: non stiamo leggendo “il manuale operativo di un programma attivo”, ma un tentativo archiviato.
La “struttura a centri”: 7 centri vs 4 macro-centri
Uno dei dettagli più interessanti è che nel pacchetto emergono due rappresentazioni della struttura proposta, distribuita in 7 centri:
- Data Collection Center
- Data Analysis Center
- Advanced Technology Center
- Experimental Centers
- Consciousness Center
- Medical Center
- Education Center
A loro volta raggruppati in macro-aree, con enfasi su:
- raccolta/analisi dati,
- tecnologia avanzata,
- consapevlezza (consciousness),
- integrazione/reportistica.
Budget e staffing: stime, non rendiconti
Il documento include, inoltre, una proiezione multi-anno con cifre indicative (ordine di grandezza: decine di milioni spalmati su più annualità), e un numero di persone stimato (circa 15 accessi).
Tecnologie coinvolte e analisi dei dati
Entriamo nel dettaglio delle tecnologie previste e delle metodologie d’indagine proposte, la parte più interesante
Sensoristica e strumenti citati
Nel dossier si fa riferimento a capability e dati associati a:
- sensori elettro-ottici / IR (inclusi riferimenti a FLIR),
- radar,
- raccolta multi-sensore e correlazione dati,
- potenziale creazione di un “data warehouse”/repository analitico.
Tipologie di UAP menzionate
I documenti non presentano una tassonomia rigorosa degli UAP (es. “balloon/drone/phenomena”), né casistiche esemplari. Il framing resta “threat/unknown” (minaccia sconosciuta) più che “catalogazione empirica”.
Metodologie di analisi: l’intento più che l’esecuzione
La metodologia proposta è “intelligence-driven”:
- raccogliere (multi-sorgente),
- correlare,
- analizzare,
- produrre reporting e raccomandazioni.
È una pipeline coerente con quanto adottato generalmente per la sicurezza nazionale.
Implicazioni del Programma Kona Blue
Il report storico redatto dall’All-domain Anomaly Resolution Office (AARO) chiarisce che, nel materiale analizzato, non sono emerse prove verificabili di tecnologia extraterrestre né evidenze di programmi sugli UAP illegalmente sottratti alla supervisione del Congresso. Tuttavia, lo stesso report colloca Kona Blue in un contesto molto specifico: quello di una spinta interna al Department of Homeland Security alimentata dalla convinzione che il Dipartimento della Difesa stesse trattenendo informazioni rilevanti.
In altre parole, Kona Blue non nasce come iniziativa neutra o puramente esplorativa, ma come reazione istituzionale a un sospetto. Secondo la ricostruzione AARO, alcuni funzionari e sostenitori del progetto erano convinti che il Department of Defense (DoD) possedesse conoscenze, materiali o dati sugli UAP non pienamente condivisi con il resto dell’apparato federale. In questo scenario, il DHS avrebbe dovuto dotarsi di un proprio programma compartimentato, capace di aggirare eventuali barriere informative e ricostruire autonomamente il quadro.
È in questa dinamica che vanno letti sia l’ambizione del progetto sia il suo perimetro estremamente ampio. Kona Blue viene concepito come un contenitore in grado di affrontare qualsiasi scenario, inclusa – in via ipotetica – la possibilità di tecnologie avanzate non attribuibili a potenze terrestri note. Anche il riferimento al reverse engineering, presente a livello concettuale nella documentazione, riflette esattamente questo approccio: non la descrizione di attività in corso, ma la volontà di predisporre una struttura che potesse occuparsene qualora tali materiali fossero emersi o venissero “scoperti” altrove.
Da questo punto di vista, Kona Blue diventa un caso emblematico di sfiducia inter-agenzia. Il programma non viene spinto perché esistono prove solide, ma perché alcuni attori istituzionali ritenevano inaccettabile l’idea di dipendere esclusivamente dal DoD per un tema percepito come potenzialmente epocale. Il fatto che il progetto non sia mai stato approvato suggerisce che, al momento della valutazione, le convinzioni non fossero supportate da evidenze sufficienti. In questo senso, Kona Blue non è la prova definitiva di un insabbiamento, ma è la prova documentale che qualcuno, dentro il DHS, temeva seriamente che fosse in atto un occultamento. Ed è proprio questa tensione a rendere il programma rilevante.
Perché Kona Blue è importante
Se stai cercando una prova diretta e definitiva dell’esistenza di tecnologia extraterrestre, il documento Kona Blue non te la fornisce. Non contiene materiali, dati tecnici, analisi ingegneristiche o evidenze sperimentali. Su questo punto, le conclusioni ufficiali dell’All-domain Anomaly Resolution Office sono chiare. Ma fermarsi qui sarebbe riduttivo. Perché il valore reale di Kona Blue non sta in ciò che dimostra, bensì in ciò che rende plausibile sospettare. Questo documento mostra in modo inequivocabile che funzionari interni al Department of Homeland Security erano convinti che il Dipartimento della Difesa stesse trattenendo informazioni rilevanti sugli UAP. Non si tratta di sospetti esterni, di whistleblower isolati o di interpretazioni giornalistiche: la spinta a creare Kona Blue nasce dall’interno dell’apparato statale, ed è abbastanza forte da giustificare il tentativo di istituire un programma ad accesso ultra-riservato, separato e autonomo.
Kona Blue non nasce dal nulla, né da un’ingenuità marginale. Nasce dalla percezione che qualcosa di significativo potesse esistere al di fuori dei canali ufficiali di condivisione, e che l’unico modo per intercettarlo fosse creare un contenitore capace di operare con lo stesso livello di compartimentazione del Department of Defense. È qui che il documento diventa destabilizzante: perché se davvero “non c’era nulla”, perché sentire il bisogno di un PSAP dedicato? Il riferimento, anche solo ipotetico, al reverse engineering rafforza ulteriormente questo quadro. Non perché dimostri l’esistenza di materiali non umani — non lo fa — ma perché indica che alcuni promotori consideravano quello scenario sufficientemente credibile da doverlo includere nella progettazione del programma. Non come fantasia, ma come eventualità da gestire in caso di conferme future o scoperte indirette. Il fatto che Kona Blue non sia stato approvato può essere letto in due modi. Ufficialmente, come il risultato di una mancanza di evidenze adeguate. Ma implicitamente, lascia aperta un’altra interpretazione: che il sistema abbia scelto di non istituzionalizzare un sospetto troppo esplosivo, preferendo archiviarlo piuttosto che affrontarne le conseguenze politiche, militari e culturali.
Kona Blue, quindi, non prova che “qualcosa di grosso” sia nascosto. Ma dimostra che abbastanza persone, abbastanza in alto, lo temevano davvero. E quando questo accade all’interno delle strutture di sicurezza nazionale, il sospetto smette di essere folklore e diventa una variabile storica concreta. È per questo che Kona Blue resta rilevante: non come risposta, ma come segnale d’allarme su ciò che potrebbe trovarsi ancora fuori campo.