DiskSat: i satelliti a forma di disco della NASA e il futuro degli UAP

Per decenni la forma a disco è stata il simbolo per eccellenza dell’ignoto. Oggi, quella stessa forma entra ufficialmente nel lessico dell’ingegneria spaziale. La NASA, insieme a The Aerospace Corporation, ha presentato DiskSat, una nuova piattaforma satellitare piatta e circolare, larga circa un metro e spessa poco più di due centimetri. Un oggetto che, a guardarlo, sembra uscito da un vecchio dossier sugli UFO… e che invece è stato destinato a orbitare attorno alla Terra a partire dal 18 dicembre 2025 (qui il video ufficiale del lancio).

DiskSat in azione. Rendering ufficiale Aerospace Corporation.

Un disco nello spazio, ma senza mistero

DiskSat nasce per motivi molto concreti e tutt’altro che esotici. I CubeSat, piccoli satelliti modulari che hanno letteralmente invaso l’orbita bassa negli ultimi anni, sono economici e versatili, ma soffrono di limiti strutturali difficili da aggirare: poca superficie per i pannelli solari, capacità energetiche ridotte e un controllo dell’assetto spesso approssimativo. La risposta proposta da NASA e The Aerospace Corporation è tanto semplice quanto controintuitiva: appiattire il satellite.

La forma a disco consente di distribuire i pannelli solari su un’area molto più ampia, garantendo una produzione energetica superiore e continua anche durante rotazioni lente o orientamenti non perfettamente ottimizzati. Allo stesso tempo, la geometria circolare migliora la stabilità nelle cosiddette Very Low Earth Orbit (VLEO), una fascia di spazio che si estende approssimativamente al di sotto dei 300 chilometri di altitudine, dove l’atmosfera terrestre non è del tutto assente ma ancora sufficientemente densa da generare attrito aerodinamico. In queste condizioni, un satellite tende a perdere quota in modo progressivo e deve compensare costantemente la resistenza dell’aria per non rientrare prematuramente.

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Per operare in VLEO, DiskSat utilizza una combinazione di controllo d’assetto tramite ruote di reazione, sensori stellari e giroscopi, insieme a propulsione elettrica a basso consumo, progettata per contrastare lentamente ma in modo continuo il decadimento orbitale. Il profilo piatto offre inoltre un vantaggio cruciale per strumenti scientifici e radar: una apertura maggiore, ideale per antenne e sensori che richiedono superfici estese e stabili, oltre a un miglior rapporto segnale-rumore grazie alla vicinanza alla superficie terrestre.

Tutto avviene secondo le regole note della fisica orbitale, senza accelerazioni impossibili né manovre innaturali. Nessuna antigravità, nessuna tecnologia fuori scala. Solo aerodinamica, ingegneria dei materiali e un uso più efficiente dello spazio disponibile.

Ed è proprio questa normalità tecnica, quasi rassicurante, a rendere DiskSat così interessante: un oggetto che sembra misterioso solo perché siamo abituati ad associare quella forma all’ignoto, ma che in realtà rappresenta l’evoluzione più pragmatica possibile dei satelliti di nuova generazione.

Il dettaglio che cambia tutto: non uno, ma molti

Fin qui, DiskSat potrebbe sembrare solo l’ennesima evoluzione tecnologica. Il punto interessante emerge quando si guarda come verrà utilizzato. Questi satelliti possono essere impilati, lanciati insieme e poi rilasciati singolarmente, formando piccole costellazioni o veri e propri sciami. Oggetti piatti, circolari, che riflettono la luce e si muovono su orbite differenti, alcune delle quali estremamente basse. In altre parole: il cielo comincerà davvero a popolarsi di dischi artificiali.

Il lancio dei satelliti impilati

Il problema non è spiegare gli UAP, ma non doverli più spiegare

DiskSat non risolve il fenomeno UAP. Non spiega gli avvistamenti con tracciamenti radar, le accelerazioni estreme, le manovre incompatibili con qualsiasi satellite conosciuto. Chi segue seriamente la questione lo sa. Eppure introduce qualcosa di più sottile. Perché quando una forma diventa comune, smette di essere sospetta. E quando esiste una spiegazione ufficiale, disponibile e rassicurante, non serve nemmeno verificarla fino in fondo. “Era un satellite.” “Un test.” “Un prototipo.”
Non importa se sia vero. Importa che sia credibile.

Un cielo sempre più affollato, sempre meno interrogabile

Ingegnere al lavoro su uno dei modelli

DiskSat arriva in un momento particolare. Negli stessi anni in cui il Congresso statunitense ascolta testimonianze sugli UAP, in cui il Pentagono istituisce uffici dedicati e in cui il termine “non umano” entra per la prima volta nei verbali ufficiali, il cielo sopra di noi diventa sempre più affollato. Satelliti, droni, palloni, piattaforme sperimentali. Il mistero non viene smentito: viene immerso nel rumore. E in un cielo rumoroso, l’anomalia fa sempre più fatica a emergere.

È solo progresso. O forse no?

Qualcuno ha già gridato al complotto: non ci sono prove di un piano deliberato, ma sarebbe sufficiente osservare l’effetto finale per trarre le conclusioni.
Da un punto di vista obiettivo, ciò che c’è di vero e sicuro è che a forma che per decenni ha incarnato l’ignoto oggi viene standardizzata, normalizzata, messa a catalogo. Il disco non è più una domanda. È un prodotto. E forse è proprio così che il mistero smette di fare paura: non quando viene spiegato, ma quando diventa indistinguibile dal resto.

Classe 1988. Laureata in Studi Orientali presso l'Università La Sapienza di Roma, Search Analyst di professione. Amante di storia, archeoastronomia, ufologia e paranormale. Consumatrice patologica di podcast. Nel 2023 ho fondato Lux Aliena, un progetto nato dal desiderio di condividere il viaggio alla scoperta dei misteri irrisolti del nostro pianeta e dell’universo.